Orizzonti Culturali Italo-Romeni

«Lo scultore delle campane»: Ştefan Călărăşanu, un vita donata all'arte

Il 1 dicembre 2013 si è spento, all’età di 66 anni, il noto artista Ştefan Călărăşanu, «lo scultore delle campane». Nato il 9 marzo 1947 a Turnu Severin, è stato membro dell’Unione degli Artisti Plastici (UAP) della Romania. Nel 1998 ha vinto il Premio Nazionale «George Apostu» e nel 2004 gli è stato conferito il Premio per la Scultura UAP. È autore di opere monumentali presenti in diverse città della Romania, come ad esempio Campana della Libertà e Composizione a Timisoara, Martire e Gesù Cristo a Lugoj, Monumento dei detenuti politici a Turnu Severin, Campana di pietra a Resita, ma anche Croce in Repubblica Ceca. 
Ştefan Călărăşanu ha lasciato il segno della sua arte anche in Italia. Nel settembre del 2012, infatti, trascorse tre settimane a Menfi, in provincia di Agrigento. In questo periodo scolpì una campana di marmo che, insieme al suo amico Gianluca Testa, regalò alla comunità. L’opera è esposta nel piazzale del centro civico di Menfi dal 15 gennaio 2013, quarantacinquesimo anniversario del terremoto del 1968 nella Valle del Belice. Oltre a lavorare alla sua
Campana di marmo, Călărăşanu iniziò a produrre una serie importante di disegni che riportano le impressioni della sua permanenza  a Menfi. Adoperò molti di questi disegni come simbolo d’amicizia e considerazione, oltre che apprezzamento per le attenzioni ricevute dagli abitanti del paese, e ne donò diversi ad uomini e donne che lo avevano accolto calorosamente.

Ricordiamo lo scultore attraverso le immagini dei suoi disegni realizzati nel soggiorno italiano, in prossima uscita in un catalogo curato dall'amico Gianluca Testa.


Segni. Tratti di china che hanno il potere di raccontare l’emozione che li hanno generati. Linee, quasi mai curve, che, ripercorrendole con lo sguardo di chi non cerca di capire, ma vuole solamente sentire, percepire, rivive il calore della pelle, il tocco delle dita sul foglio di carta, non tradiscono, ripagando l’attenzione prestata con nuove sensazioni da elaborare, lentamente, con il tempo. E se fosse, veramente, una nuova lingua? Un modo per ringraziare, non pagare, l’ospitalità offerta con passione e profondo senso di rispetto. Quei segni vengono a coronare e recintare lo sforzo che Stefan Calarasanu ha profuso nell’immaginare, prima, e, realizzare, poi, una delle sue più belle ed espressive opere. La campana del terremoto.
 


Stefan non battezza le sue opere. Non vuole renderle schiave di un nome, di un titolo. L’ho capito solamente adesso. Solo adesso ho compreso il perché di questa sua scelta. Stefan ha ragione.
Così come ha avuto ragione a voler donare, a chi lo ha accolto, a chi lo ha aiutato, a chi gli ha offerto dell’acqua fresca ed a chi, semplicemente, lo ha apprezzato ed accolto come uno di loro, parte dei suoi disegni. Questi sono frutto delle emozioni di un artista vero, concreto e maturo. Capaci di rendere omaggio alle cartilagini di una mano anziana, così come ad una palma costretta in un piccolo giardino.
Disegni che, altro non sono, che opere d’arte, di un’arte che s’è maturata alimentandosi di difficoltà, senza cadere nel compromesso della logica dell’affare. Che è cresciuta nel rispetto dei valori e dei principi che lo hanno fatto maturare. Diventare un uomo artista privo di legami e di obbligazioni, libero di dire e fare, oltre che di pensare, liberamente. Forte, capace di modellare il marmo passando per l’andesite e sostando, incidentalmente, su altri segni, in attesa di divorare il mostro [1]. Sincero, come lo sono i segni che escono dalla «mia» pancia, dice. Fiero delle sue opere d’arte così come delle sue scarpe [2], delle altre opere d’arte che, al pari delle sue idee, colleziona e coccola. Tenace come quando con la sua voce, ripeteva [3], con vigore e modulata forza, il nome di un nuovo vino [4], casualmente scoperto, definitivamente adottato. Tenace e forte nei colpi del suo martello capace di seguire le idee della sua mente, sia esso brandito sulla tenace andesite che sul fragile marmo, lasciando profonde emozioni sui suoi splendidi legni, anch’essi espressione, unica, di rinascite di anime vegetali a lungo dimenticate in acque fangose.
Polvere, sudore, fatica [5], essenze per coltivare la gioia di avere creato, unica tra mille unici, un’altra vera ragione per apprezzare il suo stile, la sua persona e la sua arte. Anche se il mostro gli impedisce di usare la forza, egli continua, insiste e crea nuove immagini. I suoi segni prendono colore e forme più complesse. Stefan esteriorizza il suo animo travagliato e combattente. Stefan imprime il suo desiderio di dare forma, colore, vita a quei segni che hanno caratterizzato tutta la sua vita artistica. E così, dagli epitaffi [6] arrivando alle sue ultime opere, passando dai legni, pietre e bronzi, Stefan ci lascia un’eredità di emozioni descritte minuziosamente dalla sua lingua. Come se da un bicchiere di vino [7], pronto per essere riempito e riempito ancora, uscissero le emozioni che invaderanno la mente di colui il quale lo berrà.
Colori, forme, ma soprattutto segni, fili conduttori di tutta la sua esistenza. Legami importanti, fondamentali, tra la sua idea d’arte e le sue creazioni. Non sono le parole l’elogio all’artista, bensì le sue stesse linee, i suoi stessi segni, che, ora più che mai, hanno raggiunto i cuore e la mente di gente che, solamente qualche mese orsono, non avrebbe mai nemmeno immaginato di conoscere. Potenza dell’arte, di quella vera, potenza di un uomo capace di esprimere le sue passioni e creditore di rispetto, anche da parte della vita non solo da parte di tutti noi [8].

 


 

 

 

 

   

 

 



Gianluca Testa

 

 

Articolo pubblicato sulla rivista bilingue «Orizzonti culturali italo-romeni», n. 1, gennaio 2014.



 

NOTE

1. Stefan Calarasanu, ancora non lo sa, non lo sa nessuno, ma il cancro ha iniziato a divorare il suo corpo.
2. Grande amante del bello, del suo bello, Stefan Calarasanu incontra Victor Lupu, un altro artista il quale esprime la sua arte creando calzature uniche, personalizzate, che Stefan tratta con una cura paterna. Calzature che inaugura, dopo la conclusione di un lavoro, passeggiando per gli Champs-Élysées a braccetto con sua figlia.
3. Credendo di aver una bronchite cronica, Stefan Calarasanu non riesce più a parlare con la forza e la tonalità che lo hanno sempre contraddistinto. Tutto questo periodo, iniziato nel settembre del 2012, è accompagnato dall’afonia che, comunque, nulla toglie alla verve dell’artista, anzi ne aggiunge un tratto assonante ai suoi segni.
4. «Gurra» della cantina Agareno di Menfi (AG) - Italia
5. Durante i suoi lavori monumentali, Stefan non si protegge mai. Non usa maschere, non usa guanti, non usa occhiali. La sua massiccia e potente opera di creazione incontra il suo spirito, diventando un tutt’uno con le sue opere.
6. La vita artistica di Stefan Calarasanu ha avuto un inizio faticoso. Nei primi anni della sua attività si guadagnava da vivere scolpendo epitaffi e nomi sulle lapidi dei cimiteri.
7. Durante il suo primo viaggio in Italia con Gianluca Testa, soggiorna a Cerce Maggiore in provincia di Campobasso. Lì rimane affascinato dal paese e dalla sua gente. Aspettando che lo venisssero a prendere per cenare, seduto nel bar dell’albergo che lo ospitava, disegna un bicchiere dal quale escono centinaia di segni. Gli astanti lo congratulano, impressionati dalla sua capacità e Stefan Calarasanu. per riconoscenza, offre a tutti da bere.
8. La creazione di questo «giornale», così come lo ha definito lo stesso Stefan Calarasanu, non arriverà in tempo perché possa essere commentata ed apprezzata  dall’Artista.  Il mostro che lo ha accompagnato  dalla creazione  della sua  campana alla stesura  di questo  «giornale»  lo ha  quasi completamente divorato. Queste parole vogliono essere un tributo ed una profonda riconoscenza per un uomo che, con tutti i suoi difetti e tutti i suoi pregi, ha saputo, comunque, imporre, delicatamente, il suo modo di vedere la vita, di sentire e vivere l’amicizia. Tutti noi, tutti coloro che hanno conosciuto Stefan Calarasanu, sanno che uomo è stato e continuerà ad essere, oltre che nelle sue opere, nei suoi segni, anche nei nostri cuori.