Orizzonti Culturali Italo-Romeni

Al via il progetto «Presenza italiana nel Banato». Gli studi di Aurel Cosma Jr. (1939)

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Inauguriamo sulla rivista bilingue «Orizzonti culturali italo-romeni» il progetto editoriale «Presenza italiana a Timişoara e nel Banato». Coordinato da Afrodita Carmen Cionchin, il progetto si propone il duplice obiettivo di recuperare la memoria storica, valorizzando e reinserendo nel circuito culturale alcuni dei contributi più importanti di coloro che hanno trattato questo tema, e di produrre nuovi studi sull’argomento.

Iniziamo con un testo di Aurel Cosma Jr., intellettuale di spicco del Banato del primo Novecento, avvocato, giornalista e scrittore, nato il 25 marzo 1901 a Timişoara. La sua prolifica attività ha abbracciato diversi campi: direttore del giornale «Nadejdea» di Timisoara a partire dal 1923; fondatore della rivista letteraria «Luceafărul» di Timişoara (1935-1940), con una tiratura mensile di 5000 copie; deputato di Timiş per il Partito Nazionale Liberale, eletto per la prima volta nel 1927; membro dell’Unione degli Scrittori della Romania.
Pubblichiamo una prima parte del suo studio intitolato Tracce di vita italiana nel Banato, edito nel 1939 dall’Istituto di Cultura Italiana in Romania, sezione di Timisoara. 



Introduzione

Se percorriamo i secoli fino ai più remoti tempi, troviamo benché intermittenti, tracce e ricordi delta cultura  e della  vita italiana,  che giacciono nascoste nel  passato del  nostro popolo o stanno sepolte come delle reliquie sante  nel suolo romeno. Sono innumerevoli queste prove,  e dalle ricerche   fatte fino  ad    oggi,  si possono tirare conclusioni incontestabili che dimostrano  come i legami tra le due nazioni sono stati  permanenti.
Le vie di penetrazione della cultura italiana nel nostro territorio hanno attraversato la regione del Banato, dove si incrociavano le diverse strade di grande comunicazione. II Banato, per la sua posizione geografica, era il luogo d'incontro di innumerevoli popoli, che hanno lasciato durante la loro  permanenza, varie tracce di civiltà.
Non mi occuperò qui di tutte le reminiscenze italiane che si sono inquadrate nella storia del Banato. Esse potrebbero costituire l'oggetto di uno studio più profondo e più vasto. Cercherò di dare solamente qualche esempio preso dal campo di quelle tracce di cultura e di vita italiana, che hanno contribuito allo sviluppo degli interessi e alla prosperità di questa regione. La mia breve esposizione comprenderà in linee generali alcuni momenti più importanti della vita e dell'attività di questi italiani stabiliti nel Banato, i quali, con il loro sacrificio, e il !oro lavoro, hanno messo le basi di una civiltà latina  e  hanno dato impulso all'anima degli abitanti  indigeni con pensieri e sentimenti italiani.
Oltre all'influenza della cultura italica nell'epoca preistorica, da quando datano i molti oggetti archeologici di provenienza o di struttura villanoviana, messi in luce con gli scavi dei diversi centri del Banato ed oltre alle innumerevoli tracce di vita romana, trovate sul territorio di questa regione, cercherò di trattare brevemente tre campi di attività nei quali gli Italiani si sono manifestati, mostrando nello stesso tempo, in quale misura essi hanno contribuito al rifacimento e al progresso del  Banato, esposto  secoli interi alle vicissitudini storiche e alle invasioni barbare. Sul terreno religioso, militare e colonizzatore, si sono innalzate figure di ltaliani i nomi dei quali hanno superato l'oblio del tempo, per brillare nella eternità, illuminati dalla nostra gratitudine; i loro fatti sono stati conservati nel ricordo degli abitanti del Banato, come immagini simboliche di sforzo e di animo italiano.


Tracce culturali preistoriche

I legami tra i nostri due paesi datano da tempi immemorabili. Le prime tracce concrete di forme culturali italiche trovate nel Banato sono del principio del millennio precedente all'era cristiana, quando il commercio di vasi in bronzo, fabbricati nella regione italo-veneta, conquistò nuovi mercati dalle rive del Danubio fino ai piedi dei Carpazi. Le vie di penetrazione fino a noi, di questi prodotti di industria artistica, partivano dall'Italia settentrionale e arrivavano fino alle valli della Sava e della Drava, oltre la Tissa. Nel Banato era il loro centro di smercio, e da qui, si diffondevano verso il nord nelle parti del Mures, Cris e Somes, fino nel cuore della Dacia.
Da questi rapporti commerciali coll'ovest illirico, si è arrivati ad una specie di fusione fra le creazioni della cultura dei Daci del Banato e quelle importate dagli Italici. Splendidi vasi di bronzo villanoviani, artisticamente lavorati, hanno servito di modello alla nostra industria della ceramica. Innumerevoli motivi di ornamento che erano sugli oggetti portati dal nord adriatico, si ritrovano sui vasi di terra cotta modellati dai nostri artisti del Banato. In molte parti di questa regione sono state scoperte interessanti ceramiche di stile villanoviano, riconoscibili specialmente per la loro decorazione a spirale. Questa epoca ascendente della civiltà italica nella regione carpato-danubiana è durata più secoli, fino all'invasione degli Sciti.
Le ricche scoperte di oggetti d'oro, nelle località Firiteaz, Carani e Beba-Veche, ci hanno dato nuove  prove dei legami culturali tra l'Italia e il Banato, che esistevano quasi mille anni prima della conquista della Dacia da parte dei Romani. Il tesoro d'oro di Firiteaz presenta parecchi tipi di ornamenti, fra i quali, il modello di braccialetto con disegni a spirale alle due estremità, che è di fattura etrusca, trovandosi esemplari simili anche nel Museo di Villa Giulia a Roma. Le foglie di forma elittica di Carani,  come quelle delle tombe di Beba­ Veche, non hanno tante caratteristiche decorative, oltre alle linee punteggiate di aspetto hallstatino. In genere, si può constatare che nella tecnica dell'oro, le tradizioni  indigene hanno resistito, in più grande misura, all'influenza italica, solo nella manifattura della  ceramica.
E il fatto è spiegabile: gli oggetti in terra cotta erano destinati all'uso locale, mentre quelli in oro erano venduti all'estero fino nelle regioni settentrionali dell'Europa. Soltanto conservando i più caratteristici modelli tradizionali, con piccole varianti di stile etrusco, l'industria carpato-danubiana poteva fare concorrenza ai prodotti italici.
Il Banato ha avuto dunque un imponente ruolo nell'espansione culturale ed economica degli Italici. Coll'invasione degli Sciti,  e  più  tardi coll'introduzione della civiltà celtica, le vecchie forme veneto-illiriche,  come anche quelle tradizionali dell'industria dacica, furono nella maggior parte  distrutte e sostituite per i nuovi metodi della lavorazione del ferro. Credo, però, che si potrebbero trovare ancora molte tracce di cultura italica di quell'epoca, perché gli abitanti indigeni, senza dubbio, per paura degli invasori, hanno nascosto sotto terra tutti gli oggetti di valore. Un serio e preventivo esame della topografia delle stazioni archeologiche di quei tempi potrebbe indicare diversi luoghi per altri scavi, che sicuramente metterebbero  in luce immensi e preziosi tesori.


Le conquiste romane

Un solido e continuo legame tra l'Italia e il nostro suolo si è stabilito con l'occupazione danubiana da parte dei Romani. Per L'impero romano, la conquista della Dacia non era solamente una questione di prestigio militare, ma sopratutto una necessità economica per  l'espansione  del proprio   commercio, e per prendere possesso delle ricchezze minerali che giacevano nel sottosuolo di questà  località.
Molto prima della preparazione delle operazioni militari in vista della sconfitta di Decebalo, la regione del Banato era già romanizzata nella più gran parte, sotto l'influenza dei commercianti e degli artigiani, che venivano dall'Italia per vendere le merci o per offrire il loro lavoro e la loro capacità,  nell'opera di  costruzione. Si riaprirono così le vecchie vie di penetrazione della cultura italica che erano state sbarrate dalle invasioni degli Sciti e dei Celti. L'occupazione legionaria, poi le colonizzazioni romane non hanno fatto altro che perfezionare l'evoluzione verso la latinità, nella quale si trovava già questa provincia per la volontà tradizionale del suo destino.
L'armata di Domiziano, poi le legioni di Traiano, attraverso il Banato, hanno tracciato le loro vie di gloria  e di  conquista. I principali villaggi romeni del Banato portano oggi ancora il ricordo del passaggio vittorioso dell'imperatore Traiano. In questa regione sono state concentrate le forze del genio romano, e qui ancora, sono stati elaborati i piani delle battaglie finali. I monumenti conservati di quell'epoca testimoniano quanto grandi fossero gli sforzi e l'interesse dei Romani perché il Banato diventasse una delle regioni meglio organizzate. I resti delle fortezze, dei ponti e delle strade, s'incontrano ancora oggi lungo l'itinerario percorso da Traiano. Alle terme sulfuriche di Hercules come nelle vecchie località e città abitate oggi dai Romeni, si possono vedere le meravigliose opere degli architetti e scultori romani, che hanno resistito ai secoli,  come prova indistruttibile della nostra latinità.
Nel Banato, il processo di romanizzazione è stato più intenso e più radicale che nelle altre parti dell'lmpero. Qui, le autorità vincitrici hanno avuto l'intero concorso della popolazione indigena, che  ha compreso la missione storica e  civilizzatrice dei coloni. Da questa unione daco­romana  è nata  la nazione romena, la cui culla ebbe il suo sostegno divitalità, in questo Banato. La nuova nazione, già dal tempo della dominazione romana, riceve le forme etniche del popolo romeno, sviluppandosi nel quadro di una vita  indipendente, con lingua e cultura propria, avendo già bene stabilito le prospettive  delle  sue aspirazioni. Quando l'armata e le autorità am­ministrative dell'impero romano furono obbligate a ritirarsi dopo una dominazione di quasi 170 anni, e a dare libero corso alle invasioni barbariche che penetrarono fino al Danubio, qui nel Banato, il popolo romeno aveva già consolidato la sua esistenza nazionale. La sua forza di unità fu cosi grande, che ha potuto resistere quasi due millenni di fronte a tutti i crudeli capricci del suo storico destino, per arrivare oggi alla grandezza e alta felicità  che merita dopo tante sofferenze.
Non sono state messe alla luce che poche reminiscenze e monumenti archeologici dell'epoca dell'inizio della vita romena nel Banato. Però, esse mostrano evidentemente l'origine latina, come anche la nostra cultura, che porta il segno della civiltà romana. Alcune ricerche ci hanno rivelato anche le prove dell'esistenza del cristianesimo nel Banato già dai tempi anteriori alle invasioni barbariche e ciò vuol dire che sin d'allora la nazione romena aveva modellato la sua anima sul fondamento dei dogmi della morale cristiana. I muri delle fondamenta di alcune vecchie chiese costruite secondo il metodo e i piani architettonici romani, scoperti recentemente, ci mostrano qualche centro assai suggestivo della vita cristiana nel Banato. Molte tracce di questa vita sono state distrutte dall'impulso pagano dei popoli che invasero e si stabilirono nel territorio romeno. Ma una cosa rimane sicura: il popolo romeno, all'arrivo dei Magiari, aveva già da molto una sua vita nazionale e cristiana sul suolo del Banato.


L'apostolato dei vescovi italiani

Dopa la discesa dei Magiari e dopa l'introduzione loro fra i Romeni indigeni, si è pasta anche per loro la   questione del cristianesimo. E qui comincia il compito straordinario dei prelati italiani che hanno portato in mezzo alla popolazione magiara diffusa nel bacino danubiano pannonico, la fiamma della fede cristiana. II centro di diffusione della loro missione cattolica è stato fissato nel nord del Banato, a Cenad. Per mezzo dell'apostolato di questi vescovi italiani, si è stabilito un nuovo legame tra l'Italia e la nostra regione, stavolta di ordine spirituale.
Il primo ed il più grande vescovo è stato il martire Gerardo Sagredo, conosciuto dai Magiari col nome di San Gellért, che può essere considerate come il fondatore del cattolicesimo nel Banato.
AI principio dell'undicesimo secolo, i Romeni erano i soli abitanti cristiani del Banato, e le loro chiese appartenevano alla giurisdizione spirituale dell'arcivescovado di Vidin. Avevano anche un monastero con numerosi monaci, innalzato in onore di San Giovanni Battista. Questo edificio fu elevato nell'antica città Morisena, cioè nel villaggio Cenadul-Mare di oggi, situato al nord del Torontal romeno, e fu sotto la  protezione di Achtum, che padroneggiava tutto il Banato ed era il più ricco e potente voevod romeno, della regione carpato-dunabiana. ll re dei Magiari, Santo Stefano, ha sostenuto battaglie terribili contro Achtum, ma non ha potuto conquistare questa regione che aiutato dal tradimento di Cenad, un ex-generale di Achtum. Dopo l'uccisione di questi e la conseguente sconfitta della sua armata, il re Stefano regalò al generale Cenad, che aveva comandato la cavalleria magiara e aveva  riportato la vittoria finale della battaglia presso il fiume Mures, tutte le ricchezze e la regione del Banato che era stata sotto la dominazione del  suo  rivale. Da allora, la città Morisena si chiama  Cenad. Come riconoscenza a Dio, il re dei Magiari fondò una diocesi cattolica e ordinò che fosse costruita una cattedrale, al posto del vecchio monastero romeno di Morisena, nominandone titolare  il vescovo Gerardo Sagredo, che aveva la missione di convertire al cattolicesimo la nuova popolazione magiara, venuta nel Banato.
San Gerardo era di origine veneta, ed era discendente da una vecchia famiglia di patrizi, imparentata col doge Pietro Cantranigo. All'età di cinque anni, entrò nel chiostro benedettino della sua città natale, e più tardi seguì gli studi superiori a Bologna. La vita del Santo fu piena di momenti leggendari e di atti cristiani degni dell'alta morale coltivata dalla sua chiesa. Essi furono tanti, e cosi importanti, che il limite ristretto di questo studio non mi permette di descriverli in tutto il loro splendore. Per questo, non vi dirò che alcuni episodi della sua azione apostolica, svolta sul suolo del Banato.
È interessante sapere come è accaduto che Gerardo abbandonasse Venezia, dove era capo di un ordine    religioso. Nell'anno 1015, partì con parecchi monaci per Gerusalemme, allo scopo di visitare i luoghi santi. In cammino, non molto lontano da Parenzo, la loro nave fu costretta a fermarsi per causa di una procella. Sbarcando sulle rive dell'Istria, incontrò, in un chiostro vicino, il suo compagno di scuola, Rasina, che lo convinse a partire per il paese del re Stefano, dove c'era, appunto, gran bisogno di missionari della fede cristiana. Arrivato in Pannonia, Gerardo, aiutato dagli interpreti, riuscì ad imporsi  per le insuperabili e veementi sue prediche, e il re dei Magiari si rese subito conto che la figura e la voce di apostolo, del monaco italiano, avrebbero potuto addurre grandi servizi, all'azione di conversione al cristianesimo, dei suoi soggetti magiari. Nello stesso anno, nel 1015, lo nominò vescovo di Morisena, con l'intenzione che dopo la sconfitta di Achtum, Gerardo fosse mandato a capo di una nuova diocesi, che voleva creare nel Banato. Fino alla conquista di questa regione, Gerardo rimane alla corte del re Stefano, ad educare il minorenne Emerico, figlio del grande sovrano dell'Ungheria.
Dopo l"occupazione del Banato da parte delle truppe magiare, comandate da Cenad, Gerardo si stabilì a Morisena dove cominciò la sua attività pastorale, attirando a sé sempre maggior numero di anime per la fede cattolica. Coll'aiuto materiale del re Stefano, e dei cristiani più ricchi, edificò una cattedrale al posto di quella di rito orientale, facendo venire per completare i lavori architettonici, ingegneri dall'Italia.  La nuova chiesa fu terminata nel 1036. La missione di San Gerardo non si limitò solamente alla vita spirituale della popolazione del Banato, ma ebbe, nello stesso  tempo, un largo campo di attività anche nella vita pubblica della provincia. Come ex-professore di giurisprudenza e personaggio di alta autorità, contribuì moltissimo al progredire culturale e amministrativo del Banato.  Il suo destino gli riserbava però una fine tragica di martire. Colla morte del santo re Stefano, cominciarono di nuovo le persecuzioni contro i cristiani, perché il popolo magiaro era ritornato  al paganesimo. San Gerardo fu costretto a nascondersi; ma l'odio del popolo lo perseguitò. Nel 1046, morì da martire dinanzi alla collina, vicino a Buda, che porta oggi ancora il suo nome. I Magiari, in mezzo ai quali egli era venuto per diffondere la luce di Dio,lo lapidarono e gli trapassarono il petto con una lancia.
II sacrificio di apostolato di San Gerardo è stato il fondamento del cattolicesimo nel Banato. Egli e tutti i suoi seguaci prelati italiani sono stati i primi missionari che hanno lasciato tracce indelebili nella storia di questa regione. Durante la guida spirituale degli ultimi vescovi di Cenad, fra i quali numerosi furono gli italiani, il clero cattolico del Banato era in gran parte scelto fra i prelati venuti dall'Italia o fra gli indigeni che avevano fatto i loro studi a Roma. Per questo, possiamo dire che per la loro influenza  molti  principi di cultura italiana sono stati seminati nel campo del  Banato.
 

Aurel Cosma Jr.
 

Articolo pubblicato sulla rivista bilingue «Orizzonti culturali italo-romeni», n. 10, ottobre 2012.